Lo Spirito del Rugby
Scrive Cloridrato di sviluppina:
Si fa un gran parlare del terzo tempo, del rispetto per l’avversario, del fair-play, di quanto siano competenti e poco rissosi gli spettatori. E’ tutto vero: il rugby è uno sport spiritualmente superiore al calcio. Si direbbe quasi che i suoi inventori - appagati nella consapevolezza di aver dato al mondo un tale esempio di edificante moralità - abbiano intenzionalmente evitato di inserire alcunché di interessante nel gioco in sè.
Senti, Sborridrato di merdolina, conosco il blog, e ne intendo lo spirito sarcastico, provocatorio, etc. Ma un arguto motto di spirito è un arguto motto di spirito e per questo tende talora ad essere frainteso per verità rivelata™ dalle menti deboli che lo riciclano magari senza pensarci troppo. A me, invece ricorda con una buona dose di amarezza gli adesivi dei celoduro con su scritto: “polenta sì, cuscus no” che hanno per qualche tempo infestato la mia città. Vero e proprio esempio topico dell’imbecillità di chi in nome di un presunto rispetto delle proprie tradizioni, disprezza ciò che c’è di buono nelle altre.
Perciò non vengo qui a cercare di convincere te né i tuoi epigon(ad)i che invece nel Rugby ci sia qualcosa di interessante ma ti spiego lo stesso cosa ci trovo di interessante io, il punto essendo che come per qualsiasi altra cosa i gusti sono quanto mai vari. Così, se a te non piace u pilu, non puoi venirmi a dire “si direbbe quasi che gli inventori della donna - appagati nella consapevolezza di aver dato al mondo un tale esempio di edificante moralità - abbiano intenzionalmente evitato di inserire alcunché di interessante nel mammifero in sè.” Perché ti assicuro che per quanto convinto che la donna sia effettivamente moralmente superiore all’uomo (beh, quando penso alla mussolini o alla satanchè mi assalgono atroci dubbi…) io insieme a milioni di altri individui di ogni sesso, religione, razza, vi trovo molto di interessante anche come mammifero bipede.
La doverosa premessa è che io non seguo praticamente nessuno sport in televisione. Tranne forse le gare veloci dello sci. Ma se capita, cioè non è che mi segno gli appuntamenti. Ah, e poi il Judo, ma probabilmente perché l’ho praticato per tanti tanti anni e costantemente vi penso, anche se il “Judo in TV” è un concetto tanto astratto da scivolare nel puro surreale, persino durante le Olimpiadi. E poi per quanto il Judo stesso sia una delle cose più importanti di tutta quanta la mia vita, oggettivamente trovo che guardarlo non sia eccessivamente interessante se non magari per gli addetti ai lavori.
Passando alla vera religione di questa nazione, il calcio, pur senza voler impostare il discorso sulla contrapposizione fra quest’ultimo e il rugby, mi si lasci dire manco la finale dei mondiali di calcio mi son visto. Che poi la gente mi viene a dire: “ma nemmeno le partite della nazionale?” Come se uno fosse gay e gli dicessero: “ma nemmeno Miss Italia?” Cioè, che cazzo di logica c’è? Se comprende dei gesti atletici che non capisco ed in cui non trovo alcunché di interessante, perché ciò dovrebbe cambiare se gioca la nazionale? In tutta quanta la mia vita non sono mai riuscito a seguire più di due o tre minuti di una partita di calcio, e quante volte ci ho provato! Inesorabilmente mi metto a sbadigliare e ci rinuncio.
Cosa trovo dunque di interessante nel rugby, invece, che mi tiene incollato al televisore col cuore che batte all’impazzata? La lotta, i placcaggi, il continuo passaggio da una modalità di gioco ad un’altra: in un attimo può essere gioco alla mano e subito dopo può diventare una ruck o una maul. Ci può essere una conquista di terreno di pochi metri per volta con tutta la forza delle prime linee poi vanificata da un calcio liberatore; e subito a ricominciare. Ci può essere la lucidità di un buon “calciatore” che in tutto quel marasma trova un po’ di spazio libero per un drop. E poi la assoluta necessità di precisione in tutte le fasi di gioco, una precisione che però deve esserci in uno sport che è anche di grande potenza, ché se no è ovvio che qualche furbone mi verrebbe a dire che nel tiro con l’arco ce ne vuole anche di più. E poi ancora, il fatto che sia eminentemente di squadra: la perfetta coordinazione che si rende necessaria fra tanti giocatori diversi con ruoli diversi - azioni individuali praticamente inesistenti.
Per dare un’idea, trovo il rugby a 13 (league) distintosi in origine da quello a 15 (union) soprattutto per questioni “politiche” ma poi differenziatosi profondamente anche nel regolamento, molto più noioso di quest’ultimo, ma ovviamente meno del calcio, N.d.R. C’è sempre la bellezza della corsa degli schieramenti con i passaggi all’indietro, ed il gioco è anche più veloce e “verticale”, con placcaggi forse anche più intensi, ma proprio per questo è più uniforme e monotono: la tipica partita mi sembra tutta una sequenza di azioni corsa-placcaggio-in-piedi-corsa, etc.
Quindi suppongo che gli “inventori del rugby” più o meno fottendosene della moralità superiore abbiano creato un gioco in cui si devono profondere tutte le proprie risorse fisiche e mentali per cooperare con i propri compagni di squadra per portare una palla ovale nell’area di meta avversaria e con un gesto fisicamente liberatorio schiacciarvela, facendosi un culo così in ogni modo per arrivarci, sopportando con due palle così placcaggi che arrestano la tua corsa ogni momento, e dualmente placcando cristoni lanciati in corsa con una palla sotto il braccio. La moralità superiore, semmai, era implicita in tutto ciò.



