Secondo anniversario
Anche questa volta stavo per perdere l’appuntamento con la storia: ho tergiversato un po’ tutto il giorno ed ora voglio e devo finire questo post entro la mezzanotte. Perché date e ricorrenze non sono che coincidenze basate su sistemi di riferimento largamente arbitrari, ma… in fin dei conti ci teniamo, e quando capitano, non riusciamo a fare a meno di pensarci. Ricorre oggi il mio secondo anniversario di malattia: ricordo il 31 maggio 2006 perfettamente, anche se non lo ripercorrerò secondo per secondo. In un certo senso è stata una data perfetta per l’incidente che è poi avvenuto, perché con essa si è chiuso un ciclo; in palestra abbiamo fatto il saggio per i bambini. Devo dire… sarà una piccolezza ma mi sarebbe dispiaciuto farmi male diciamo una settimana prima: alla fine li ho seguiti per un anno, e così ho concluso quella esperienza. Poi ho allenato gli adolescenti perché il loro istruttore aveva avuto un contrattempo. Li avevo fatti sgamellare, quei pelandroni! E poi ho fatto la regolare lezione con gli adulti, sudato come al solito, sul tatami che era per me quasi una seconda casa… ero esaltato e su di giri ed anche questa lezione è proseguita quasi per intero: solo a cinque minuti dalla fine, lottando a terra ci siamo andati un po’ troppo pesanti, o almeno così credevo allora, e mi sono lussato un gomito, o almeno così credevo allora - noi judoisti siamo sempre un po’ tendenti a sottovalutare gli infortuni fisici…
Invece era un braccio rotto, una brutta frattura del terzo distale dell’omero, come ho saputo più tardi. La trafila è stata la “solita” comprendente una telefonata ai genitori per avvertire che dovevo passare dal pronto soccorso. Poi le lastre, la visita, il verdetto. Niente casa: immobilizzazione dell’arto e ricovero, perché la frattura doveva essere ridotta chirurgicamente. La mia prima volta… sembrava quasi divertente allora… la vera mazzata è arrivata diversi giorni più tardi, quando ho scoperto che per quanto l’evento fosse stato traumatico il braccio si era rotto perché c’era qualcosa che non andava nelle mie ossa. Il male, la fottuta bestia schifosa, era dentro di me già da un po’: mesi probabilmente. Sicuramente già c’era mentre mi scrollavo di dosso quello che fino ad allora era stato il peso maggiore che mi portavo dietro nella vita: c’era nel momento stesso in cui discutevo la mia tesi, e prima ancora mentre passavo giorni e notti a scriverla. Cionondimeno, rimane il 31 maggio la data che considero come l’inizio della malattia, perché è stato uno spartiacque; perché da allora niente è stato più come prima.
Paget: per me, niente più che un nome, che fino a qualche giorno prima non conoscevo neanche. Un nome che inspiegabilmente alcuni dottori leggevano diciamo alla francese, “pejé” ed altri “paget” come se fosse una parola italiana: un nome che comunque mi è ronzato attorno parecchio. Mentre altri pazienti entravano, venivano curati ed uscivano, io continuavo a restare dentro: si erano accorti che c’era qualcosa che non andava, e dovevano fare accertamenti. Accertamenti su accertamenti. Sospettavano fortemente un caso di malattia di Paget: un metabolismo osseo alterato che tende a rendere le ossa più dense e quindi più dure ma anche più fragili. Un incubo, ed una vergogna: tranne che a pochi intimi a cui chiesi di tenerselo per loro, non lo dissi a nessuno, parendomi in qualche modo una verità infamante. Ma non era un Paget, come si è saputo al termine degli accertamenti: era un tumore. Un fottuto tumore cazzo! Così se il 31 maggio è la data che non posso scordare la sensazione vera e propria che associo alla scoperta della malattia è l’annuncio della stessa che ho ricevuto un giorno di giugno, neanche ricordo più esattamente il quale. La sensazione era quanto di più vicino possibile nella realtà all’effetto speciale con cui in certi film si fa un primo piano su un attore che sgrana gli occhi sconcertato mentre il campo alle sue spalle si allarga, dando l’idea che precipiti verso chi guarda. E poi aver voglia di gridare, o di piangere, e magari non farlo solo per una forma di stupido orgoglio. Aver voglia di gridare, o di piangere, senza riuscire a capire se si ha voglia di gridare o di piangere: confuso, disorientato, spaventato.
Mentre il Paget inesistente era stato una vergogna, per qualche motivo non ho avuto nessun problema a comunicare la novità a tutti gli amici e alle persone cui voglio bene. Certo, non ho preso il telefono per andarlo ad annunciare a chi magari non sentivo da anni… Ma non ho mai fatto mistero della malattia, tanto -da allora- l’unico mio obiettivo è combattere, anche se in un modo diverso da quello in cui ero stato abituato a farlo fino a quel momento. Parlarne, parlarne serenamente per quel che è possibile, aiuta ad esorcizzarla. Un mio amico mi suggerì di aprire un blog per scriverne pubblicamente, ma all’epoca avevo molti pregiudizi negativi sui blog. Ora li ho confermati tutti, ma ridimensionandoli, e li considero con cognizione di causa. Comunque una cosa erano gli amici… una cosa era parlarne pubblicamente: più tardi l’ho fatto, come lo sto facendo ora, seppure in inglese. L’ho fatto perché in qualche modo ne sentivo il bisogno, e mi ha aiutato. Di sicuro non lo farò su base regolare. A questo proposito, ho saputo da una persona che sta vivendo una condizione simile alla mia che per averne scritto nel suo blog, è stata “accusata” di usarlo come espediente per ottenere popolarità, o qualcosa del genere. Se qualcuno pensasse qualcosa del genere di me, a parte che fondamentalmente non me ne importa una cippa, sarebbe bene che sapesse che fin d’ora lo mando cortesemente affanculo. Anzi, ripensando al significato letterale di questa espressione, non mi sembra corretto fargli un augurio: allora lo mando a cagare. Ma manco questo è corretto: piuttosto che gli prenda una stitichezza di quelle che lo costringano dopo una settimana di atroci dolori di panza a cagare uno stronzo ingombrante, secco e fastidioso della sua stessa caratura.
Il problema, a voler fare un sunto di questi due anni, è che si potrebbe scrivere un romanzo ricordando episodi, persone, sensazioni, volti, momenti duri e momenti di sollievo, odori, dolori prima non conosciuti, situazioni imbarazzanti ed umilianti, speranze e delusioni, ma in realtà si vorrebbe dire qualcosa di breve e di altamente significativo. Eppure non sembra possibile. Non c’è una lezione da trarre. Sì, forse qualcosa ho imparato, e per quanto sembri assurdo provo persino nostalgia per certi periodi di questi due anni. Ricordo le tante visite a Torino nelle pause fra un ricovero e l’altro, quando potevo uscire: i vari musei, il bicerin, quel freddo inverno, le gite… Sì, ci sono degli sprazzi di felicità… E se è per questo c’è stato anche il vero amore, quanto mai inaspettato, caduto come una tegola sulla testa. (E poi dolorosamente strappato via…) Ma quella è un’altra storia: il punto è che si continua a vivere e -lo ripeto- a lottare. Non bisogna crogiolarsi nel ricordo del passato. Mi viene sempre in mente il mio Maestro che nonostante non sia più un ragazzino se la ride sempre sotto i baffi quando sente i suoi coetanei che dicono: “ai miei tempi…” Però capita di pensare a “prima;” la singola domanda che ti ripeti più spesso a partire dal giorno in cui ti viene data la ferale notizia e sempre più man mano che vai avanti e non vedi un chiaro spiraglio di luce, è: perche’ io? Perché con tanta gente di merda, proprio io? Perché non un terrorista, un pedofilo, un idiotino in divisa blu o nera con strisce rosse sui fianchi? Non che io sia un santo, e sono conscio delle mie manchevolezze. Ma non sono quel genere di persona. Ho sempre sofferto per il dolore altrui ed ho sempre sentito su di me le ingiustizie di questo mondo. Perché non un maledetto leghista razzista? Sembra essere vero quello che dicono, che ai malvagi va sempre bene…
Ed eccomi qua, a valutare se inviare o meno questo post, pensando già a quello dell’anno prossimo e a come farlo meglio; perché anche questo è un modo di lottare, e non voglio essere retorico, ma io sono qui a lottare e continuerò a farlo finché avrà senso. Finché avrà senso!