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[…] Alla fine dell’articolo, tuttavia, mi interrogo su un fenomeno culturale di sfondo, di cui la sua lettera è soltanto l’ennesima espressione: come mai libri ateisti, per quanto fondati o infondati siano, generano tutto questo nervosismo? In fondo, nella filosofia occidentale, il naturalismo filosofico ateistico è sempre esistito e ha spesso duettato e dialogato apertamente con pensieri religiosi. Da qualche tempo invece, in Italia, non se ne può nemmeno parlare, come se del trascendente potessero occuparsi solo quelli che vi credono. Una ben strana concezione, non trova? Perché mai la fede dovrebbe essere un territorio off limits, alieno da discussioni e da critiche? Tanto più in un paese in cui essa ha un tale rilievo pubblico, mediatico e politico? Rischiamo così di dare per scontate sciocchezze come quella secondo cui, senza la fede, non potrebbe esistere alcuna etica o convivenza civile. Ha ragione, il raziocinio non soppianterà mai il desiderio di trascendenza e di mistero, e forse è un bene così perché come lei dice giustamente questa attitudine è profondamente umana. Ma mi convinco sempre più che un pizzico di tollerante e disincantato raziocinio farebbe un gran bene anche alla fede e ai suoi sempre più zelanti rappresentanti terreni.
— Telmo Pievani in risposta a “Marco” (minimamente adattato)
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