Che se la vita è rimembrata, il momento è amarcord. Ma se è rimembrata è anche vissuta. O lo era stata in precendenza, ed io è da mesi che voglio scriverne. Solo che siccome mi riduco sempre all’ultimo, forse non vi dedicherò che poche righe, e forse sarà meglio…
Non ricordo che giorno fosse di preciso, anche se scartabellando un po’ fra sms, log di IM e mail probabilmente potrei trovarlo: credo la prima settimana di aprile. Iniziavo appena a zoppicare: quella sera stessa mi capitò di utilizzare istintivamente l’ombrello come bastone - e di romperlo malamente, ché mica era quello l’uso per cui era stato costruito, neh! Ma tutto ciò avvenne parecchio sul tardi, mentre la nostra storia, cari bimbi, inizia molto prima!
Ci eravamo dati appuntamento con la Ros, i “genitori” e altri per un “ape” all’Isola, il quartiere di Milano dove rimane ancora un po’ di vivibilità e di spazio per intelligenze creative non imbrigliate negli schemi della “città da bere” ed iniziative culturali a misura di persona… E il tutto a cinque minuti dal bausciame di C.so Como!
Praticamente la scusa era l’inaugurazione di un nuovo negozietto “nel cortile del Frida” e poi a dire il vero è saltato fuori che il negozietto stesso è del Frida (per come l’ho capita io…) e l’ape l’abbiamo fatto nel cortile, fra il rinfresco per l’inaugurazione e le robe servite normalmente nel locale; per cui meno male per il primo poiché è d’uopo precisare che lì l’aperitivo fa piuttosto schifo, per quelli che sono gli standard meneghini e non solo!
In realtà con quel posto c’ho un rapporto ambivalente: alcune cose mi piacciono, altre meno; l’assenzio (legale, eh!) che servono, ad esempio, mi garba parecchio! Per essere onesto, la verità è che andavo sempre dicendo che il Frida mi sta sulle palle. Eppure i venerdì sera spesso finivamo lì. E non è che mi lamentassi… Come può essere?!? Ah, che fosse per via dell’assenzio? Morale: facciamola breve… ci ho fatto persino la festa di laurea! Non male, per un posto che ti sta sulle palle!! Il fatto è, semplicemente, che era un po’ l’unico locale (che io conoscessi e tutto sommato apprezzassi) che potesse accordarsi ai discordanti gusti dell’eterogeneo gruppo di persone che volevo festeggiasse con me!
Ma insomma, è del Frida che voglio parlare? No, non proprio, ma ormai l’indicatore sul quadrante dell’amarcord è a fondo scala! È chiaro che sto parlando di luoghi a me cari: precisamente ricordo tanti venerdì o sabati sara trascorsi da quelle parti, anzi, quasi in pellegrinaggio fra la Stecca, il Frida, e la Pergola. Beninteso: ciascuno coi suoi tempi, le sue… “atmosfere” e le sue caratteristiche!
Caratteristica precipua della Stecca, attualmente, è di non esserci più! Me l’hanno buttato giù, bastardi!! Chi?!? Mah, decisamente gli stilisti, almeno inizialmente.
La Stecca, abbreviazione di Stecca degli Artigiani, era una centenaria fabbrica residuo del passato industriale di Milano, posta fra i due giardini di Via Confalonieri, proprio al centro dell’Isola. Abbandonata fino agli anni ’80, fu poi occupata da un gruppo di artisti, tra cui Stefano Arienti, per mostre temporanee. L’area divenne sede di riqualificazione spontanea, coi giardini e gli spazi interni all’edificio riconquistati dalle macerie e dallo stato di abbandono, grazie agli sforzi congiunti di comitati di quartiere ed associazioni varie. Vi si insediarono artigiani, artisti e associazioni culturali che avviarono il recupero degli spazi abbandonati attraverso forme creative di attivazione e coinvolgimento del quartiere, finché non divenne sede di diversi progetti di ogni genere. Per chi, come me, l’ha conosciuta soprattutto dal punto di vista del tempo libero, era uno spazio autenticamente multietnico, caratterizzato da più di un baretto autogestito, dove ci si poteva bere una birra o un cocktail al prezzo a cui una birra o un cocktail dovrebbero costare, ed intanto godersi magari una mostra d’arte. Per non parlare delle iniziative culturali di ogni genere che vi si svolgevano, come certe rassegne di musica sperimentale che ricordo ancor oggi, e che erano quanto mai appropriate al posto.
Gli stilisti, dicevo: ora, questo posto è stato demolito, con la scusa del degrado, per far spazio ad un mostro di idiozia & denaro chiamato “Città della moda.” In realtà ho saputo che quest’ultimo progetto è saltato, ma fatto sta che di quel luogo, di quell’angolo di vivibilità non rimangono che rovine e macerie: sacrificato alle esigenze della speculazione edilizia ed immobiliare, che vi vedrà sorgere -sotto l’ipocrita etichetta di “riqualificazione”- dei nuovi palazzoni, ad uso e consumo di ricconi pronti a vendere ed affittare appartamenti e uffici…
Così, la sera dell’ape, sceso alla fermata di Gioia della metropolitana, mentre per raggiungere gli altri percorrevo il marciapiede a me familiare, per esservi passato tante volte, di via Confalonieri, man mano che mi avvicinavo a quella che sapevo essere stata la Stecca, a quella che già da tempo sapevo non essere più la Stecca, sempre più l’astratto “sapere” lasciava il posto ad un dolorosamente concreto “constatare” cui qualsiasi consapevolezza del mondo non può prepararti: di fronte al vuoto ed alla bruttura delle quattro macerie che hanno lasciato, senti quasi che tutti i pezzi della tua vita che qui sopra ricordavo con nostalgia, quelli trascorsi fra di esse quando ancora macerie non erano bensì muri, e spazi, e luoghi permeati di vita e persone, sono similmente ridotti in frantumi e buttati lì a sfregio.
Sì: è senza la minima retorica che affermo di aver provato un groppo alla gola, che si rinnova tutt’ora -che dovrei anche avere problemi ben più gravi- e che a quanto pare è stato condiviso da tutti quelli che l’avevano vissuto, quel posto, al solo passare accanto alle rovine.
Ed ora, poiché non ci si può rattristire per sempre, forse dovrei dire dell’ape, degli amici, della loro bimba, del negozietto e delle cose esposte, delle chiacchiere, dell’ombrello dapprima dimenticato e poi recuperato, del prosieguo della serata, di come fossi effettivamente dietro la stazione di Lambrate, quando poi l’ombrello si ruppe, di come infine tanto per cambiare raggiunsi il Sud, con l’ombrello rotto e tutto! Forse dovrei, ma avevo iniziato affermando che forse non mi sarei dilungato, ed invece mi sa che ci sono riuscito anche questa volta, per cui forse è meglio finirla qua, forse!
Non filmare i figli in piscina! A Trento ti prendono per un pedofilo. Non darti appuntamento con gli amici in un giardino pubblico la sera! A Novara ti considerano un malintenzionato. Non berti una birra all’aperto! A Brescia passi per un ubriacone. Non fumare nei parchi-giochi! A Verona dicono che non sta bene. Non fare il bagno a Sorrento e non raccogliere cozze a Napoli! In Campania il mare di oggi è infido come le strade di ieri. Non avvicinarti alla caletta più bella dell’Asinara! Solo le vacche possono passeggiarci e lasciare enormi souvenir. Non denudarti nelle spiagge dei nudisti! A Ravenna, sul Garda e sull’Adda, come a Palazzo Chigi, ritengono che un capezzolo possa provocare turbamenti. È l’estate del divieto a go-go. Tutto ciò che si vorrebbe fare costa caro, e il resto è vietato.
— Beppe Severgnini
Il “Parco dei divieti” di Camposampiero. Diciotto le cose da non fare. Diciotto divieti, nove obblighi e quattro avvertimenti di pericolo. E ironia della sorte, il parco pubblico di via Bellini si chiama «Parco della Libertà». Tra i divieti, riassunti dal cartellone all’ingresso dei giardini, oltre a quelli classici come calpestare le aiuole o gettare i mozziconi di sigaretta sull’erba, ci sono anche quello di usare un linguaggio volgare ed offensivo, di giocare con modelli radiocomandati o di ripararsi sotto le piante in caso di maltempo (via il mattino di Padova)
Arrivano le prime notizie:
Morale: sembra che le cose siano andate bene!!
Reminiscenze di una festa… Da intendersi scattata il 7 Giugno 2008. “Ragazzi, va bene tutto, ma non staccare i pezzi di casa!” (Cit.)
A differenza degli altri racconti di vita vissuta, questo non riguarda vicende di nerdismo computeristico, ma un semplice piccolo aneddoto da leisure time che spesso mi piace narrare: e allora -mi dico- perché non sul blog?
Bene, avete presente Mary Poppins e il famoso balletto “basta un poco di zucchero e la pillola va giù?” Ecco: non c’entra una ciunfa di minchia, ma se avrete la pazienza di leggere fino in fondo vedrete che la pillola alla fine va giù lo stesso!
Eravi dunque in Milano, cari bambini, un posto -denominato Dep. Bulk- che era centro di aggregazione giovanile, fucina di idee, sede di iniziative culturali e se non d’altro, di concerti che sfuggivano alla solite leggi di mercato, o di “serate danzanti” davvero incentrate sul culto della musica, percepita in maniera autentica e primitiva nella più positiva accezione del termine possibile: ciò che non può essere semplicemente bollato come “musica (buona) a costi contenuti” come se fosse poco, perché non è affatto poco in una città che è ancora troppo la famigerata Milano da bere degli anni ‘80. (Alla faccia dei baluba avvolti quasi come se fossero divise nelle loro camicette bianche stirate -o equivalenti abitini di botique, per quel che riguarda le donne- che affollano i locali “fighi,” così falsi, coi loro sorrisetti stereotipati, la soddisfazione di superare la selezione all’ingresso che li fa sentire superiori sulla base di niente che non sia… grana! La classica gente che ti fa discorsi tipo che la qualità la paghi, ed infatti paga, ma per ambienti, compagnie e musiche insulsi quanto lo sanno essere solo gli spot televisivi…)
La nostra storia si svolge al Bulk, una sera che c’era una di quelle serate danzanti… beh, un rave, sarebbe meglio dire… ma tanto il concetto è lo stesso: bella gente, musica e tanto sano divertimento! Che storia era? Bella storia, ovviamente: che, te lo venivo a dire se no? Tanto bella che ad una certa gli amici se n’erano andati da un pezzo, ma anche di fronte alla prospettiva di dover rientrare a piedi avevo deciso di rimanere: ebbene sì, facevo di ‘ste cose, all’epoca. E mi dice il tuttocittà che sono un paio di paii di chilometri, micacazzi! Che ci volete fare: la musica mi pigliava bene, e la serata procedeva alla grande. Anche il baretto aveva chiuso, ma avrei preso volentieri ancora qualcosa: perciò scosto le tendine per un ultimo improbabile tentativo di vedere se c’è qualcuno, possibilmente un mescitore di alcolici. Molto improbabile! Infatti non c’era qualcuno, ma qualcosa sì: nella fattispecie, una bottiglia di gin. A questo punto, ditemi voi un povero stronzo cosa può fare se non riempirsi un generoso due terzi di bicchiere di plastica da birra media?!? Esatto: si riempie un generoso due terzi di bicchiere di plastica da birra media. Solo che se poi un povero stronzo c’ha un minimo di testa sulle spalle residua e sa che deve affrontare un paio di paii di chilometri a piedi, cosa può fare?
Un povero stronzo generico, non so: ma il povero stronzo specifico che sono io, anche se si è sentito ripetere ad nauseam che “bisogna scalare verso l’alto” è convinto che per come sta (già!) messo, se si beve tutto quel gin esso finirà pure da qualche parte, e più precisamente nel circolo sanguigno, e il paio di paii di chilometri diventano sempre più probabili come percorso a nuoto piuttosto che a piedi. Perciò esce, tornando in mezzo alla massa danzante, ed avendo avvistato un tipo dotato di lattina di birra propone con inequivocabili gesti a prova di unz unz sconquassante, uno scambio: la lattina per il bicchiere di gin. Come scambio mi pare onesto: infatti lo sarebbe stato se il tipo… non avesse equivocato, versandogli -peraltro generosamente- abbastanza birra nel bicchiere da riempirlo completamente.
Ultima fase: lo zio bleiz osserva meditabondo l’agghiacciante cocktail gin & birradadiscount che pur non volontariamente ha contribuito a creare riflettendo su che sapore di merda deve avere, ma senza per questo riuscire ad astenersi dall’ingurgitarne un sorso ogni tanto… quando, quale novello deus ex machina gli si presenta davanti un tipo coi dreddoni che gliene chiede un sorso. Faccio: “se vuoi, fa pure, ma fa veramente schifo!” Risposta: “tanto mi serve solo per mandar giù ‘ste paste!” Needless to say, mi sono commosso, ed il tipo ha avuto tutto quanto il bicchiere…