Santa in pigiamino schiavizza Graziana!
Una farfalla di pelo bianco e nero
sono i tuoi, Blazar?
— placidiappunti
No, sono di una mia amica. Lei è la mamma. Io solo il padre putativo: vado a dar loro da mangiare e a fare un po’ di pet-therapy… teoricamente sono io che faccio un favore a lei, ma in pratica mi fa molto piacere e trovo che mi giovi parecchio.
Mi hanno detto che era da un po’ che non facevo le foto coi gatti… Ma non sono mica venuto fuori con lo sguardo cattivo?
Chi l’ha detto che il tombolo serve solo per il riciclo di altrui robba? Visto che a quanto pare è l’unico strumento capace di scuotermi dalla mia monumentale ignavia -e dico ignavia, signori- stimolandomi a bloggare compulsivamente, io la mia microrecensione sul contest di ieri, cui si riferisce l’ultima serie di foto, la pubblico qui! Fatta questa doverosa premessa, iniziamo direttamente con un’altra premessa: ieri come giornata è stato un delirio. Per essere un nerd, informaticamente parlando non ho nerdizzato quasi nulla: non ho compiuto nemmeno la mia visita quotidiana su PerlMonks il che quest’anno credo si sia verificato solo nei giorni di Bologna++ e Parigi++. Go figure! Arrivando alle 22 cotto da uno (e più) vernissage di quelli che ti fanno pensare: ciumbia, questa vita è peggio di un lavoro! E riflettendo un po’ incerto se andare a vedere questa competizione di writing di cui si è letto, anche se alla fine gli amici che pure abitano a due passi dalla location paccano perché sono troppo vecchi (T. & B. sapete che sto parlando di voi, ma altrettanto certamente sapete che scherzo) alla fine decido che la cosa sembra troppo allettante e troppo vicino a casa e comoda anche coi mezzi per rinunciarvi. Devo confessare che per un attimo mi è balenata l’immagine di un tratto di Via Bordighera autorizzato per l’evento, con le kru a stender pezzi sui muri. Subito dopo mi sono reso conto che era una boiata ed ho pensato che si trattasse di una occupazione o di un locale comunque “ezy” che similmente mettesse a disposizione i propri muri. Arrivato sul luogo ho potuto verificare che invece the place era fucking pettinee! (Il tutto rigorosamente IMHO) Beninteso, pettinee-che-ci-sta-dentro, non pettinee-che-mi-disgusta… però quando paghi 7 neuri per un Negroni puoi anche scendere a patti con tale realtà mentre quando scopri che per fare il brav fieu ti fiondi su una più prosaica birra media chiara (del cazzo, potremmo aggiungere!) e questa costa lo stesso esborsoprezzo… io non so gli altri ma personalmente vengo colto dalla sindrome da retroflessione del braccino!
Passando alla competizione vera e propria, questa non era a persone ma a squadre: Inghilterra-Italia. Due team di due, l’uno contro l’altro. Un paio di pannelli ciascuno, come nelle foto. Due perfidi albionici in tour per l’Europa che sfidano imbrattamuri locali nelle varie città, con gli sfidanti scelti suppongo secondo criteri più o meno a cazzaleatori, in questo caso Wany e Bros. 90 minuti di tempo per disegnare i pezzi e poi scelta del vincitore mediante acclamazione popolare… roba molto pro con tanto di tizio che sale su un piedistallo col casinometro… un aggeggio somigliante in maniera impressionante a quegli accendini con la punta lunga per accendere i fornelli… e forse lo era! Boh, a me sembrava ci fosse più bordello per gli anglofoni. Ma il verdetto è stato a favore dei mangiaspaghetti! Per quel che mi riguarda, trovavo superiore per originalità d’esecuzione (in un contesto dagli stilemi spesso tanto stereotipati) il lavoro dei “nostri” ma preferibile la composizione degli inglesi. Amen!
Scrive Alblog:
Fateci caso: i blogger maschi, anzi i blogstar, sono sessisti. […] Continuino a giocare con le biglie e i soldatini, dunque, diventati col tempo parole e articoli […] Web 2.0, come no. Web duepuntozero è maschile […]
Io, io! Sono proprio io quello che hai descritto, anche se non mi considero esattamente una blogstar, quanto un blog-così-così-ma-neanche-l’ultimo-degli-stronzi. E non mi muovo nel web 2.0, bensì in quello 1.6+1.2i: non so quale sia la componente maschile e quale la femminile, ma suppongo quella immaginaria… Però faccio tutte, tutte quelle cose brutte che scrivi e non sono solo sessista, ma anche porco e sciovinista. Inoltre gioco con le biglie e i soldatini, e quasi tutti i mercoledì vado a casa di Greg Letamaio per la consueta gara di rutti e scureggie con gli amici. Di solito vengono anche Michael Ominide e Joey La Brugola, che detto per inciso sono fra i migliori e non per dire, ma se vuoi te li presento…
Suvvia! Era ovvio che dicevo per scherzare. In realtà sono convinto che non sia affatto vero che i blogger maschi son sessisti. Io certo non lo sono. E sono pronto ad argomentare per sostenere la mia tesi, se vorrai rispondere. Però prima volevo porti una domanda, perché ho visto che sei di Bologna: è vero che le bolognesi sono brave a far pompini?
Ti allego una mia foto esplicativa, caso mai volessi sputarmi in un occhio, se dovessi incontrarmi per strada:
Lo zio bleiz (forestiero,) Sà e Filo (autoctone) @ Lesina (credo! Se no, “da quelle parti”)
Alla vigilia delle votazioni, Daniela Santanchè rincara la dose: “quello stronzo del blazar ironizza sul fatto che io ho affermato di non averla mai data per far carriera e sostiene che sono andata avanti solo a forza di pompe, ma da quel comunista che è, sparge solo notizie false e diffamatorie. Non ci sono solo le pompe, caro il mio blazar, sappi che mi sono fatta un culo così per gli affar… ehm per la politica! Sì, huh, la… politica! Non per dire ma ancor mi duole…”
Dite che è meglio renderla privata, sta foto o funziona dire “sono stata frainteso”? (In risposta ad atuna)
Anche questa volta stavo per perdere l’appuntamento con la storia: ho tergiversato un po’ tutto il giorno ed ora voglio e devo finire questo post entro la mezzanotte. Perché date e ricorrenze non sono che coincidenze basate su sistemi di riferimento largamente arbitrari, ma… in fin dei conti ci teniamo, e quando capitano, non riusciamo a fare a meno di pensarci. Ricorre oggi il mio secondo anniversario di malattia: ricordo il 31 maggio 2006 perfettamente, anche se non lo ripercorrerò secondo per secondo. In un certo senso è stata una data perfetta per l’incidente che è poi avvenuto, perché con essa si è chiuso un ciclo; in palestra abbiamo fatto il saggio per i bambini. Devo dire… sarà una piccolezza ma mi sarebbe dispiaciuto farmi male diciamo una settimana prima: alla fine li ho seguiti per un anno, e così ho concluso quella esperienza. Poi ho allenato gli adolescenti perché il loro istruttore aveva avuto un contrattempo. Li avevo fatti sgamellare, quei pelandroni! E poi ho fatto la regolare lezione con gli adulti, sudato come al solito, sul tatami che era per me quasi una seconda casa… ero esaltato e su di giri ed anche questa lezione è proseguita quasi per intero: solo a cinque minuti dalla fine, lottando a terra ci siamo andati un po’ troppo pesanti, o almeno così credevo allora, e mi sono lussato un gomito, o almeno così credevo allora - noi judoisti siamo sempre un po’ tendenti a sottovalutare gli infortuni fisici…
Invece era un braccio rotto, una brutta frattura del terzo distale dell’omero, come ho saputo più tardi. La trafila è stata la “solita” comprendente una telefonata ai genitori per avvertire che dovevo passare dal pronto soccorso. Poi le lastre, la visita, il verdetto. Niente casa: immobilizzazione dell’arto e ricovero, perché la frattura doveva essere ridotta chirurgicamente. La mia prima volta… sembrava quasi divertente allora… la vera mazzata è arrivata diversi giorni più tardi, quando ho scoperto che per quanto l’evento fosse stato traumatico il braccio si era rotto perché c’era qualcosa che non andava nelle mie ossa. Il male, la fottuta bestia schifosa, era dentro di me già da un po’: mesi probabilmente. Sicuramente già c’era mentre mi scrollavo di dosso quello che fino ad allora era stato il peso maggiore che mi portavo dietro nella vita: c’era nel momento stesso in cui discutevo la mia tesi, e prima ancora mentre passavo giorni e notti a scriverla. Cionondimeno, rimane il 31 maggio la data che considero come l’inizio della malattia, perché è stato uno spartiacque; perché da allora niente è stato più come prima.
Paget: per me, niente più che un nome, che fino a qualche giorno prima non conoscevo neanche. Un nome che inspiegabilmente alcuni dottori leggevano diciamo alla francese, “pejé” ed altri “paget” come se fosse una parola italiana: un nome che comunque mi è ronzato attorno parecchio. Mentre altri pazienti entravano, venivano curati ed uscivano, io continuavo a restare dentro: si erano accorti che c’era qualcosa che non andava, e dovevano fare accertamenti. Accertamenti su accertamenti. Sospettavano fortemente un caso di malattia di Paget: un metabolismo osseo alterato che tende a rendere le ossa più dense e quindi più dure ma anche più fragili. Un incubo, ed una vergogna: tranne che a pochi intimi a cui chiesi di tenerselo per loro, non lo dissi a nessuno, parendomi in qualche modo una verità infamante. Ma non era un Paget, come si è saputo al termine degli accertamenti: era un tumore. Un fottuto tumore cazzo! Così se il 31 maggio è la data che non posso scordare la sensazione vera e propria che associo alla scoperta della malattia è l’annuncio della stessa che ho ricevuto un giorno di giugno, neanche ricordo più esattamente il quale. La sensazione era quanto di più vicino possibile nella realtà all’effetto speciale con cui in certi film si fa un primo piano su un attore che sgrana gli occhi sconcertato mentre il campo alle sue spalle si allarga, dando l’idea che precipiti verso chi guarda. E poi aver voglia di gridare, o di piangere, e magari non farlo solo per una forma di stupido orgoglio. Aver voglia di gridare, o di piangere, senza riuscire a capire se si ha voglia di gridare o di piangere: confuso, disorientato, spaventato.
Mentre il Paget inesistente era stato una vergogna, per qualche motivo non ho avuto nessun problema a comunicare la novità a tutti gli amici e alle persone cui voglio bene. Certo, non ho preso il telefono per andarlo ad annunciare a chi magari non sentivo da anni… Ma non ho mai fatto mistero della malattia, tanto -da allora- l’unico mio obiettivo è combattere, anche se in un modo diverso da quello in cui ero stato abituato a farlo fino a quel momento. Parlarne, parlarne serenamente per quel che è possibile, aiuta ad esorcizzarla. Un mio amico mi suggerì di aprire un blog per scriverne pubblicamente, ma all’epoca avevo molti pregiudizi negativi sui blog. Ora li ho confermati tutti, ma ridimensionandoli, e li considero con cognizione di causa. Comunque una cosa erano gli amici… una cosa era parlarne pubblicamente: più tardi l’ho fatto, come lo sto facendo ora, seppure in inglese. L’ho fatto perché in qualche modo ne sentivo il bisogno, e mi ha aiutato. Di sicuro non lo farò su base regolare. A questo proposito, ho saputo da una persona che sta vivendo una condizione simile alla mia che per averne scritto nel suo blog, è stata “accusata” di usarlo come espediente per ottenere popolarità, o qualcosa del genere. Se qualcuno pensasse qualcosa del genere di me, a parte che fondamentalmente non me ne importa una cippa, sarebbe bene che sapesse che fin d’ora lo mando cortesemente affanculo. Anzi, ripensando al significato letterale di questa espressione, non mi sembra corretto fargli un augurio: allora lo mando a cagare. Ma manco questo è corretto: piuttosto che gli prenda una stitichezza di quelle che lo costringano dopo una settimana di atroci dolori di panza a cagare uno stronzo ingombrante, secco e fastidioso della sua stessa caratura.
Il problema, a voler fare un sunto di questi due anni, è che si potrebbe scrivere un romanzo ricordando episodi, persone, sensazioni, volti, momenti duri e momenti di sollievo, odori, dolori prima non conosciuti, situazioni imbarazzanti ed umilianti, speranze e delusioni, ma in realtà si vorrebbe dire qualcosa di breve e di altamente significativo. Eppure non sembra possibile. Non c’è una lezione da trarre. Sì, forse qualcosa ho imparato, e per quanto sembri assurdo provo persino nostalgia per certi periodi di questi due anni. Ricordo le tante visite a Torino nelle pause fra un ricovero e l’altro, quando potevo uscire: i vari musei, il bicerin, quel freddo inverno, le gite… Sì, ci sono degli sprazzi di felicità… E se è per questo c’è stato anche il vero amore, quanto mai inaspettato, caduto come una tegola sulla testa. (E poi dolorosamente strappato via…) Ma quella è un’altra storia: il punto è che si continua a vivere e -lo ripeto- a lottare. Non bisogna crogiolarsi nel ricordo del passato. Mi viene sempre in mente il mio Maestro che nonostante non sia più un ragazzino se la ride sempre sotto i baffi quando sente i suoi coetanei che dicono: “ai miei tempi…” Però capita di pensare a “prima;” la singola domanda che ti ripeti più spesso a partire dal giorno in cui ti viene data la ferale notizia e sempre più man mano che vai avanti e non vedi un chiaro spiraglio di luce, è: perche’ io? Perché con tanta gente di merda, proprio io? Perché non un terrorista, un pedofilo, un idiotino in divisa blu o nera con strisce rosse sui fianchi? Non che io sia un santo, e sono conscio delle mie manchevolezze. Ma non sono quel genere di persona. Ho sempre sofferto per il dolore altrui ed ho sempre sentito su di me le ingiustizie di questo mondo. Perché non un maledetto leghista razzista? Sembra essere vero quello che dicono, che ai malvagi va sempre bene…
Ed eccomi qua, a valutare se inviare o meno questo post, pensando già a quello dell’anno prossimo e a come farlo meglio; perché anche questo è un modo di lottare, e non voglio essere retorico, ma io sono qui a lottare e continuerò a farlo finché avrà senso. Finché avrà senso!
Chi è marcoa? Semplice: uno stronzo! Ovviamente questo è un mio giudizio soggettivo, ma è anche condiviso da tutti quelli che conosco. È altrettanto ovvio che le relazioni sociali sono cellulari e persino il soggetto in questione avrà una cerchia di amici in cui è tenuto in gran conto. Certo che, conoscendolo, è davvero difficile crederlo…
Marcoa, con quel suo sorrisetto murino, ha un modo di porsi tipico di ogni stronzo: prima di tutto è un saputello. Secondo, lui sta una spanna sopra tutti gli altri. Abbiamo avuto la sfortuna di avere a che fare con lui in un laboratorio universitario sul cui cluster di macchine il soggetto ha un account. Lo stronzetto all’epoca doveva avere qualche minima esperienza di Linux sufficiente a farlo sentire più o meno all’altezza di RMS. Un giorno scopre che non riesce ad usare il comando locate. Come ogni stronzo che si rispetti, marcoa non chiede con cortesia come mai si verifichi tale circostanza, ma scrive allo staff:
gentilmente qualcuno (detentore della password di root) riesce a trovare un poco di tempo per digitare “updatedb”, poiche’ non funziona locate.
magari un giorno al corso ci potete spiegare perche’ queste operazioni non sono automatizzate.
Simpatico come un dito insabbiato nel culo, neh? Poiché nello staff c’erano alcune persone dotate di parecchio autocontrollo, una di loro ha resistito in qualche modo alla tentazione di mandarlo a fanculo ed ha risposto gentilmente:
man find
locate crea piu’ problemi che altro e se non mi ricordo male e’ disabilitato volontariamente (almeno lo era ai tempi).
Qualcuno di meno accomodante, invece, ha risposto:
non penso che ti spieghero’ mai perche’, e se fossi solo io a decidere del tuo account te lo avrei gia’ tolto (e ho la pwd di root).
> grazie
> ciao
e un grazie che scrivi forse in automatico a fine mail non basta…
Potete immaginare l’ulteriore risposta del marcoa? Come ogni stronzo che rispetti, si sente al centro di una cospirazione ai propri danni; ovviamente non tiene minimamente da conto il proprio tono arrogante, ed usa termini altisonanti per dire minchiate assolutamente tipiche e stereotipate riguardo allo “spirito costruttivo” e cazzate del genere:
Tal atteggiamento oscurantista e’ specchio di uno spirito non costruttivo che purtroppo troppo spesso deturpa l’etere di ***. Sarebbe interessante interpretarne la genesi. […] mi congratulo per l’unzione di root (cosa alquanto ben nota, ma comunque hai fatto benissimo a ribadirlo); per fortuna che una briciola di saviezza alberga almeno nelle menti degli altri amministratori.
Questo è solo un esempio tipico, ma poiché marcoa è uno stronzo duro e puro, eventi simili si sono ripetuti più volte.
Fin qui, tutto bene: cioè male. Ma almeno non aveva ancora rotto i coglioni a me. Come si può facilmente intuire, ciò invece è successo, ma da buono stronzo, non l’ha fatto direttamente bensì subdolamente in stile “maestra, guarda cosa fa il blazar!” Ciò che forse il coglionazzo non sapeva è che gli admin erano amici miei ed io stesso avevo collaborato con loro, per cui non ci è voluto molto perché venissi a sapere della sua “delazione.”
Andiamo per ordine: a fine agosto uno degli amministratori si accorge che lo stronzo del marcoa sta usando il server per farci girare alcune sue simulazioni, impiegandone massicciamente le risorse (oggi ciò non è più tecnicamente possibile) e gli manda una mail facendogli notare che sarebbe meglio non usare quella macchina per quello scopo. Piuttosto prevedibilmente, marcoa, essendo uno stronzo con la coda di paglia, non risponde. Accade però che più di un mese dopo, io stesso mi trovi nella necessità di utilizzare alcune macchine del cluster per un compito computazionalmente intensivo della massima serietà ed importanza: la realizzazione di un japh! “Stranamente,” a questo punto il marcoa risponde alla mail:
non ero al corrente del fatto che xenon2 fosse il server, mi sembrava solo terreno vergine e fertile ove far correre i miei processi. cambiero’ lidi.
che ne dici invece di proporre qualche regola per limitare il running selvaggio di alcuni utenti (tipo blazar che al momento occupa quasi tutte le macchine buone […] con processi che durano spesso settimane). non dico che se tutti fossero sciagurati (anche se noto con gradevole sorpresa che ha scoperto nice da qualche giorno) come lui sarebbe catastrofico, ma ne basterebbero un paio. che ne dite di limitare il numero di macchine occupabili per “lungo tempo” cosi’ che non si debba vagare a cercarne una con processore libero. magari almeno mettere un’ opzione a whoall che informi se la macchina e’ libera da processi pesanti. sicuro di interpretare le esigenze dell’utenza ti saluto. grazie dell’ attenzione.
marcoa
L’enfasi nel testo è stata aggiunta da me, per commentare:
Faccio notare inoltre che il mio programma, in realtà, consumava pochissime risorse: motivo per cui gli admin mi avevano concesso di farlo girare senza problemi.
Vediamo qualche commento sparso dei miei amici:
Ad ogni modo, j bond marcoa ha una faccia di merda a ritirare fuori una mail di agosto (alla quale non aveva mai risposto), giusto per prendersela con il blazar!
Oppure:
Ma ancora rompe quest’uomo?
Ed anche:
Non potrebbe capitare un errore sul cluster che gli cancella a caso dei file nella sua home?
Ed io? Beh, ovviamente gli mando una mail in cui gli faccio notare che è un po’ una merdina a chiamarmi in causa presso terzi invece di dirmi le cose in faccia, ed inoltre gli spiego i punti di cui sopra. Da quel grande stronzo che è, il marcoa non avendo argomenti con cui replicare, passa agli insulti personali:
va beh…
se fossi cosi’ gentile da lasciare un paio di cpu di lcm2 per eventuali processi di altri utenti, te ne sarei estremamente grato.
ciao
marcoa
ps = fatti curare
A questo punto cosa può fare un povero cristo? La merdaccia non è stata accomodante, non lo sarò neanche io. Non gli piacciono i processi che girano sulle macchine che lui ritiene suo diritto divino di utilizzare? Forse una cura d’urto potrebbe servire… Allora ho scritto un programmino (su perlmonk non hanno compreso l’umorismo e l’etica superiore dell’azione) molto semplice. Esso ha due modalità: nella prima siede nell’ombra attendendo una condizione, pronto a tendere un agguato. La condizione è che su una macchina sia loggato marcoa e solo lui. Nella seconda modalità, scatta l’agguato: il programma genera 127 copie di sé stesso, che iniziano a far calcoli a caso, rendendo la macchina virtualmente inutilizzabile. Ovviamente controlla che la condizione continui a sussistere, ed in caso contrario, per esempio se si logga una persona “buona,” riporta rapidamente il sistema alla normalità. Inoltre è previsto un meccanismo di emergenza per far cessare tutto più o meno all’istante qualora ci fosse qualche problema.
Ciliegina sulla torta, il nome del programma e dei corrispondenti processi era… marcoa!
Faccio notare che non ho sfruttato la mia amicizia con gli admin per sferrare la mia vendetta, né alcun potere speciale: semplicemente quelli di utente. Ovviamente, però, ho avvertito gli admin stessi, i quali “stranamente” mi hanno lasciato fare. Abbiamo verificato sperimentalmente che il programma non creasse danno a nessuno degli utenti normali, ed abbiamo atteso i primi risultati…
In realtà le mie aspettative iniziali erano che il marcoa si imbattesse nel mio programma persecutorio e che comprendendone chiaramente il senso, facesse il piangina. Io mi sarei preso l’immensa soddisfazione di prenderlo un po’ per il culo, e poi avrei rimosso il programma. Niente di tutto questo è successo: il coglionazzo non si è mai lamentato e si è tenuto la persecuzione per un mucchio di tempo; probabilmente più di un anno. In tutto questo tempo, è stato uno spasso fare l’esegesi dei log, e vedere come quell’uomo provasse a connettersi agli orari più improponibili, ed a maggior ragione trovando la macchina libera, non riuscisse a far niente. Manco leggere la posta, ed ultimamente usare la shell! Provava a saltare da una macchina all’altra, solo per trovarla ugualmente in panne. Oppure uccideva la connessione e ci riprovava: no fucking way, Mr. marcoa!
Poi, un giorno, molti mesi dopo, A. e R. tornano in laboratorio trattenendo a fatica le risate. Avevano incontrato il marcoa al bar di Fisica e questi si era rivolto ad A. come se fossero amiconi da sempre: singolare come gli stronzi spesso non si rendano affatto conto di stare sui coglioni pressoché a tutti! Gli aveva detto: “senti, A. lo sai che a volte sulle macchine ci sono dei processi del blazar che si chiamano come me, ma tanti eh, tipo cento. Tu sai perché?” A. aveva glissato, facendo finta di cadere dalle nuvole… Il coglionazzo, inter alia, doveva essersi contato le righe a mano: evidentemente un wc -l era troppo per lui…
Alla fine, ho rimosso il marcoa: il programma, non lo stronzo in carne ed ossa - purtroppo… C’era stata qualche miglioria sul cluster, e qualche cambiamento di policy; inoltre un bel gioco dura poco e quello si era già protratto fin troppo. Ma sono sicuro che un mucchio di gente che ha bazzicato il laboratorio in quel periodo ancora ricorda con affetto e nostalgia i log più spisciosi, che diffondevo per posta, e le risate che ci facevamo alle spalle del nostro zimbello preferito!
digheno che so’ mejo der governo, quale primo motore bloggante di bestemmie - e son soddisfazioni, o almeno credo:
L’autore di questo blog intende scusarsi con quei suoi lettori […] che si erano abituati, […] a bestemmiargli dietro […e confida che] sapranno trovare motivazioni alternative per elevare le loro lodi al signore, visto che grazie a dio (micacazzi) fra governi ladri, utonti made in Redmond e simili catastrofi, non ne mancano!Non ne mancano, però io preferisco il Blazar, vedi un po’ tu come fare :-)